LICEO SCIENTIFICO STATALE “LEONARDO”
AGRIGENTO
Anno scol.
2008-2009
GIORNO DELLA
MEMORIA
RECENSIONE DEL FILM
“SENZA DESTINO”
Realizzare un film sull'Olocausto è sempre un’impresa difficile e
rischiosa, ma l’ungherese Lajos Koltaj,
tra i più accreditati e fertili direttori della fotografia (fedele
collaboratore di Istvan Szabo: Mephisto, attivo nel
cinema statunitense ed anche “fotografo” di La leggenda del pianista
sull’oceano e Malena di Tornatore), al suo primo film
come regista, vince la scommessa con un’opera di raro ed esemplare rigore
formale e contenutistico.
Il suo racconto si avvale
di un impianto narrativo e figurativo dai toni misurati, ma potenti, altamente evocativi, propri del cinema non aduso all’abusato
effetto, alla spettacolarità fine a se stessa, all’ostentazione del
sentimentalismo più accattivante e ricattatorio.
Tratto da “Fateless”, il romanzo autobiografico di Imrek Kertèsz, premio Nobel per
la letteratura (2002), SENZA DESTINO è la storia vera del quattordicenne ebreo
ungherese Gyuri Nagy, il
quale, deportato ad Auschwitz e Buchenwald, riuscirà
a sopravvivere a quelle inenarrabili violenze, fisiche e morali, grazie anche
alla solidarietà ed al sostegno di alcuni sfortunati compagni di “viaggio”, la
maggior parte dei quali non farà mai ritorno a casa. Eppure..,
persino nell’inferno dei lager, in balia del destino, costantemente in bilico
sulla sottile linea che separa la vita dalla morte, il sentimento umano riesce a
trovare il modo di sopravvivere a tali disperanti atrocità, riconfermato,
attraverso un doloroso percorso di trasfigurazione lirica, il valore centrale
ed inalienabile della dignità umana. “Tutti
mi chiedono dell’orrore, ma nessuno della felicità dei campi di
concentramento”, recita a tale riguardo, la voice-off, filo conduttore
della narrazione affidata allo stesso protagonista, alle ultime svolte del
film.
In un cast di attori di primissimo ordine, il giovane Marcell Nagy eccelle nei panni
del Gyuri.
Il bel volto del ragazzo,
coronato da una folta e riccia capigliatura, è lo specchio del sentimento e
dell’orrore; prima della tragedia, e dopo, quando i residui sprazzi di vita -
agonizzante in un corpo martoriato -, brilleranno solo nei suoi occhi, troppo
grandi e profondi per un viso così smagrito e segnato dalle gravi privazioni e
violenze subite.
Con una straordinaria ed
efficace economia di mezzi (tutt’altro che poveri o dimessi), forte di una
solida sceneggiatura ben stratificata e supportata da un montaggio lineare e
perfettamente oliato, con un senso tagliente del dramma (tolto il “melo”),
durante 128 minuti, neppure uno di troppo, il regista annichilisce lo
spettatore, lo rende partecipe, lo induce a riflettere sugli orrori della
barbarie nazista, in maniera se vogliamo inedita, di sicuro personale, con
ammirevole lucidità ed onestà intellettuale, con vivo e penetrante realismo e
profondo senso della poesia, in sintonia con lo spirito del testo letterario.
Il gesto, i piccoli atti quotidiani in quelle disperanti condizione di (non)
vita, come il litigarsi con un compagno di sventure una ripugnante zuppa e
delle bucce di patate marce – estremo, bestiale, e pur tuttavia inequivocabile
segno di attaccamento alla vita -, contano e
significano molto di più delle parole e dei dialoghi.
Di Gyula
Pados, la fotografia dai colori saturi, virata in
seppia, ricca di contrasti e controluci, rende
pienamente il senso d’estraniamento ed isolamento che si voleva rappresentare,
il tragico livore che attanaglia le scene ambientate nel lager. Le melodie
composte da Ennio Morricone, che qui riconferma il suo
grandissimo mestiere, sottolineano mirabilmente gli stati d’animo, l’intera
gamma dei sentimenti, attenuando le crudezze delle scene più dolorose ed
efferate, accentuando lo slancio lirico nei momenti di patetismo e catarsi. Koltai non chiude sulle retoriche, sulle morali univoche e
canoniche sempre in agguato ove si affronti un argomento complesso e
impegnativo come l’Olocausto. Al contrario, e ciò impreziosisce maggiormente
l’opera, SENZA DESTINO rimane aperto ad una molteplicità di riflessioni e
contenuti, in maniera magari controversa, se non anche (auto) critica - “Eravamo noi il DESTINO” -, ma
tutt’altro che scontata e definitiva.